Loquis: Pizza Design

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Pizza Design

  Brunopellegrini

Pubblicato:  2019-07-15 19:10:42

  Bar Non Ancora Diventati Fighetti

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c’è un posto, non lontano dal mio ufficio, dove tutto si ferma e poi si rimescola. un posto dove quando entri per la pausa pranzo già sai che se qualcosa è andato storto la mattina, o il giorno prima, sarà inesorabilmente inghiottito dai boati di corconvallazione cornelia, dalla follia che ti lascerai alle spalle una volta varcate le porte scorrevoli. questo posto si chiama “pizza design kebab”. proprio così, un triplice ossimoro, una sequenza di contraddizioni in termini. è un posto dove si riversano continuamente fiumi di persone sempre diverse, vomitate in strada dalla vicina stazione della metro. e dove ti trovi quasi subito ad ordinare del riso con verdure quasi a casaccio, mentre la musica a palla che esce dal flatscreen sembra volerti percuotere le ossa. provi a comporre il tuo vassoio sotto lo sguardo vigile di mimmo, il cuoco del kebab. condisci il tutto alla meno peggio, ti siedi là in fondo, vicino al tavolo con le due suore che già sgranocchiano pane fritto, e che da qualche parte, sotto la gonna, impercettibilmente ancheggiano al ritmo di beyoncé. non puoi non salutare anna, la cassiera-cameriera-tuttofare che viene da Cluj, in Transilvania. sorride, ti parla di suo marito, della sua casa in via del mandrione, dall’altra parte della città. riversa una quintalata di salsa piccante sulle tue pietanze, mentre tu provi a caricare il PDF di “le monde” sul tablet già imbrattato da inguardabili ditate. accanto a te prende posto una comitiva di americani. sembrano un unico essere vivente molecolarmente instabile, si siedono in blocco, rumorosamente, intorno a una montagna di supplì. tutti con la loro bottiglia di birra in mano, più à mo’ di disimpegno gestuale che come sollievo per la sete. di fronte, da sola, una ragazza si ingobbisce su pesanti testi di diritto commerciale. ha degli occhiali enormi. ogni tanto li solleva col dito, ruota lo chignon rossiccio di novanta gradi, chiede a che punto è la sua lasagna. mi chiedo come si faccia a studiare con una lasagna sullo stomaco, innaffiata da due lattine di coca zero. ha degli occhi di un colore indefinibile, tipo quando hai quasi finito i pastelli e metti insieme tutti gli avanzi. il viavai all’ingresso è tale che c’è sempre una livida promiscuità tra lo smog che entra dall’esterno, l’immutabile aria condizionata dell’interno, e quel pezzo di winconsin che lega tra loro i ragazzi americani. gli stati uniti sono diventati un immenso apparecchio per i denti, penso, mentre aspiro il secondo e ultimo bicchiere di syrah.

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