Loquis: Ankón

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Ankón

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Pubblicato:  2019-07-09 00:00:00

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Ankón (trascrizione del greco antico Ἀγκών) è il nome di Ancona durante la sua fase di città greca, che si svolse tra il IV e il II secolo a.C. Fondata nel 387 a.C. ad opera di greci siracusani, e dunque di stirpe dorica, fu una delle polis più settentrionali della colonizzazione greca in Occidente ed una delle più isolate rispetto alle altre colonie greche. Prima dell'arrivo dei Siracusani, era un emporio greco-piceno e si pensa che il toponimo Ankón (Ἀγκών) risalga a quell'epoca e che sia la prima testimonianza della grecità di Ancona. Con la fondazione siracusana l'emporio divenne una città di lingua, cultura ed aspetto greco, che poi mantenne a lungo, quando già la regione circostante e l'Italia centrale erano entrate prima nell'influsso e poi nello Stato romano. Ankón, attraverso il suo porto, mantenne rapporti intensi con i principali centri del Mediterraneo orientale, come provano le testimonianze archeologiche, numerose e significative specialmente per l'età ellenistica. Tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C. fu gradatamente assorbita nello Stato romano, pur rimanendo per alcuni decenni un'isola linguistica e culturale greca. Una delle più importanti caratteristiche di questa polis è anzi il suo persistente attaccamento al carattere greco e la sua resistenza culturale alla romanizzazione. Gli abitanti di Ankón erano detti ἀγκωνίτες (anconìtes). Prima dei Siracusani Contatti con la civiltà micenea La citazione dello Pseudo Scilace sopra riportata è tratta dal più antico portolano del Mediterraneo ed è la prima testimonianza scritta su Ancona. Essa attesta che i Greci indicavano con il nome greco di Ankón (Ἀγκών), ossia "gomito", il luogo in cui sorse la colonia siracusana, e che vi era praticato il culto di un eroe greco: Diomede. La frequentazione greca prima della fondazione siracusana è suffragata da importanti ritrovamenti archeologici avvenuti sul Montagnolo, colle che si trova in posizione dominante sul golfo di Ancona e le cui pendici orientali sono attualmente occupate dai rioni periferici di Posatora e del Pinocchio; la cima è invece fuori dal centro abitato. Sul Montagnolo, infatti, nell'estate del 1982, in seguito a ritrovamenti archeologici sporadici, la Soprintendenza decise di eseguire alcuni saggi di scavo, che portarono al ritrovamento di due frammenti di ceramica micenea, insieme a testimonianze di un abitato dell'Età del Bronzo, del periodo medio e finale, ossia dal 1600 al 1000 a.C., soprattutto vasi in terracotta con decorazione tipica della Cultura appenninica. Uno dei frammenti micenei è dipinto con il simbolo universale della spirale, tipico della cultura minoica e poi di quella micenea. Il suo significato, affine a quello del labirinto e della triscele, è legato al percorso del Sole, al fuoco, all'aria che turbina, all'energia e all'evoluzione. Il ritrovameno di reperti micenei è inusuale nelle regioni adriatiche, ed è tipico solo di un numero limitato di altri siti, come mostra la carta a fianco; la loro localizzazione testimonia i percorsi delle antiche rotte adriatiche micenee. Passando ora ad esaminare i luoghi adriatici in cui il culto di Diomede è testimoniato oltre che ad Ancona, si nota che esso è tipico di un certo numero di siti, anch'essi mostrati nella mappa a fianco. Effettuando un confronto tra i siti dei ritrovamenti micenei e i luoghi di culto di Diomede, è rilevante il fatto che essi a volte coincidano, come accade anche ad Ancona; questa coincidenza non è certo casuale, ma mostra che tale culto è stato diffuso proprio dai navigatori provenienti dalla Grecia, in un'epoca di poco più tarda rispetto alla Guerra di Troia, ossia intorno al XIII secolo a.C., al tempo della diaspora micenea (tardo elladico). In base ai ritrovamenti archeologici del Montagnolo, si può dire quindi che le popolazioni greche conoscevano e frequentavano il porto naturale di Ancona ben prima della fondazione della città (circa nove secoli prima), e che furono essi ad introdurre nella zona di Ancona il culto dell'eroe greco Diomede, ricordato nel Periplo di Scilace. Il culto di Diomede potrebbe poi essere stato rivitalizzato in occasione dell'arrivo dei siracusani che fondarono la città nel IV secolo a.C. Il tiranno siracusano Dionisio il grande, infatti, valorizzò l'antico culto greco dell'eroe argivo per giustificare culturalmente la propria azione colonizzatrice di fronte alle popolazioni autoctone dell'Adriatico. Lo stesso fenomeno si è verificato in tutte le aree adriatiche interessate dalla politica di Dionisio il grande di Siracusa e di suo figlio. Posizione strategica del porto naturale Per capire perché i Greci, dall'età micenea in poi, frequentassero il porto di Ancona, si deve ricordare che i popoli antichi praticavano la navigazione di cabotaggio ed affrontavano il mare aperto solo quando non era possibile altrimenti, scegliendo in questo caso le rotte più brevi. Le rotte di cabotaggio erano stabilite in base alla necessità di potersi riparare, durante la notte o in caso di burrasca, in porti o insenature naturali localizzate a circa un giorno di navigazione l'una dall'altra. Per questo motivo, per giungere nell'Adriatico settentrionale, in genere i Greci evitavano la costa adriatica occidentale, da Brindisi al Conero, per l'assenza di porti naturali: Tito Livio la chiama importuosa Italiae litora e Strabone definisce i litorali adriatici occidentali alímenoi (ἀλίμενοι), ossia "importuosi". Gli antichi navigatori quindi risalivano questo mare lungo le sue coste orientali, partendo da Kòrkyra (l'odierna Corfù) e poi procedendo lungo l'articolatissima costa dalmata, ricca di ripari, sino a giungere all'estremo nord dell'Adriatico e riscendendo lungo la costa occidentale. A partire dal VII secolo a.C. i focesi aprirono una nuova rotta, più breve: all'altezza dell'attuale città di Zara affrontavano il mare aperto facendo rotta verso il promontorio del Conero e continuavano a procedere verso nord sino a giungere nell'area del delta del Po. L'attraversamento dell'Adriatico in corrispondenza del Conero era scelto perché questo promontorio si spinge verso la costa dalmata, rendendo più breve l'attraversamento del mare e assumendo anche la funzione di traguardo visivo per i navigatori provenienti da est. Nella rotta di ritorno, invece, il traguardo visivo era garantito dalla visibilità del monte Drago, sui monti Velèbiti. In questo modo il tratto di mare aperto senza visibilità della costa era ridotto al minimo. Inoltre il porto naturale di Ancona si trova a metà della costa adriatica occidentale, quasi del tutto importuosa, e dunque rappresentava l'unico luogo ove poter riparare le navi dalle onde, dalle bocche del Po sino a Brindisi. È interessante notare che lo stesso nome Cònero deriva dal greco: κόμαρος (kòmaros), che significa "corbezzolo", e il Cònero quindi è etimologicamente il "monte dei corbezzoli"; il corbezzolo è infatti un albero mediterraneo molto diffuso nei boschi del Cònero e che produce caratteristici frutti rossi localmente molto apprezzati e anticamente legati al culto del dio Dioniso. I navigatori provenienti dalla Grecia e diretti verso i fiorenti mercati della Pianura Padana, dunque, a partire dalla seconda metà del VII sec. a.C. risalivano l'Adriatico principalmente lungo la costa dalmata, per poi attraversare il mare tra Zara e il Cònero, raggiungendo infine gli scali padani. Gli studi più recenti ipotizzano anche una rotta di risalita dell'Adriatico lungo la costa italiana, utilizzata dai navigatori provenienti dalla Magna Grecia e diretti verso gli scali padani. Questa rotta occidentale fu probabilmente seguita anche dai navigatori rodii nel IX ed VIII secolo a.C., prima dell'apertura di quella orientale. Data la mancanza di porti naturali, come ripari occasionali sarebbero state utilizzate le foci dei fiumi, senza impiantare empori stabili. L'area del promontorio del Conero, e quindi Ancona, era il punto di congiunzione tra le due rotte. Un emporio greco-piceno Prima della fondazione siracusana, il promontorio di Ancona era già abitato, da secoli: nell'Età del Bronzo antico esisteva un villaggio nell'area dell'attuale Campo della Mostra (Piazza Malatesta) ed un altro villaggio dell'Età del Bronzo (periodo medio e finale) si trovava sul colle del Montagnolo: si tratta del sito citato nel capitolo "Contatti con la civiltà micenea", che ha restituito appunto i frammenti di ceramica micenea. Un terzo centro abitato dell'Età del Bronzo (periodo finale), infine, si trovava sul Colle dei Cappuccini; quest'ultimo, poi, continuò a svilupparsi sino all'Età del Ferro, diventando un centro piceno, il cui porto era frequentato dai navigatori greci. La frequentazione è provata dalla ceramica greca ritrovata tra i resti dell'abitato piceno, datati al VI secolo, dunque molto prima della fondazione della colonia. Quando arrivarono i Siracusani, Ancona era dunque già da tempo un emporio marittimo greco-piceno; era costituito da magazzini, strutture portuali e da una serie di edifici abitati da greci che conservavano le proprie tradizioni e, pur non avendo la sovranità del territorio, vivevano in piena autonomia. Gli abitanti autoctoni, dal canto loro, facevano da tramite tra i Greci e i mercati dell'entroterra, dove infatti si ritrovano manufatti greci. L'importanza dell'emporio anconitano era dovuta anche al fatto che esso era uno dei terminali della via dell'ambra, che partiva dal mar Baltico, e di quella dello stagno, che iniziava dalla Cornovaglia e dalla Germania. Attraverso gli empori di Ankón e di Numana i Greci si rifornivano anche di grano, ed esportavano olio, vino e, dal VII secolo a.C., manufatti del loro artigianato artistico, come mostrano i ritrovamenti nell'area picena, specie gli oggetti in bronzo e le ceramiche. La ricezione culturale delle forme greche attraverso i due empori del Cònero influenzò profondamente l'artigianato piceno: si spiega così il periodo orientalizzante di questo popolo e poi la sua massiccia importazione di ceramica attica. I navigatori che frequentavano gli empori adriatici e quindi utilizzavano l'emporio anconitano provenivano da: Rodi (IX - VIII sec. a.C.) - i navigatori rodii effettuavano la navigazione di cabotaggio sulla costa occidentale, a partire da Elpie, senza attraversare l'Adriatico; Focea (II metà del VII sec. a.C.) - i navigatori focesi furono coloro che aprirono la rotta di attraversamento dell'Adriatico all'altezza del Cònero; Corinto e Korkyra (VI sec. a.C.) - i corinzi e i corciresi contribuirono alla diffusione in Adriatico dei culti di Diomede (già introdotto dai Micenei) e di Afrodite (di probabile origine cnidia) e in questo mare fondarono le colonie di Dyrrachion/Epidamnos ed Apollonia; Egina (II metà del VI sec. a.C.); Atene (II metà del VI e tutto il V secolo a.C.).Dopo la pace di Antalcida (386 a.C.), che siglò la fine della Guerra di Corinto, il commercio ateniese in Adriatico declinò però rapidamente. I Siracusani si avvantaggiarono di questa crisi e, dal IV secolo a.C., furono soprattutto loro a frequentare le coste adriatiche, fino a fondarvi diverse colonie, tra cui Ankón. Il toponimo Ankón La citazione dello Pseudo Scilace sopra riportata testimonia l'uso del toponimo greco Ankón, già in epoca precedente la fondazione siracusana. Questo termine greco deriva dalla radice linguistica sanscrita e poi indoeuropea aṅk, che contiene l'idea di "angolo", "gomito", "curvatura del braccio", "punto di articolazione", "punto di piegatura". Ciò si spiega con la posizione geografica di Ancona, che sorge infatti su un promontorio roccioso a forma di angolo, simile un braccio piegato a gomito che divide la costa adriatica centrale italiana in due tratti, uno orientato da nord-ovest a sud-est ed uno da nord-nord-ovest a sud-sud-est. Questo gomito di roccia è l'ultima propaggine settentrionale del promontorio del Cònero e protegge dal moto ondoso un ampio porto naturale, oggi unico nell'Adriatico tra il Po e il Gargano. In età antica il porto di Ancona era affiancato da quello di Numana, anch'esso sul promontorio del Conero, ma sul versante meridionale. Questa funzione protettiva nei confronti delle onde e dei venti era stata notata dai navigatori greci ed è alla base dell'antica frequentazione del luogo e della successiva fondazione della città. Alcuni autori latini testimoniano che in epoca romana si aveva ancora coscienza dell'etimologia greca del termine, come risulta da Plinio il Vecchio e da Pomponio Mela, che scrivono nel I secolo d.C.: Andando avanti nella linea del tempo, si nota che anche nel Medioevo l'etimologia greca di Ankón era nota, come risulta da Procopio di Cesarea, nella sua opera La guerra gotica, redatta in greco nel VI secolo: La fondazione siracusana Come è testimoniato dalla citazione sopra riportata, la definitiva grecizzazione del luogo risale al IV secolo a.C.. Fu nel 387 a.C., infatti, che un gruppo di greci provenienti da Siracusa, esuli dalla tirannide di Dionisio I, sbarcarono ad Ancona e vi fondarono una propria colonia. La fondazione di Ancona rientrava nel piano di Dionisio I di espandere l'influenza siracusana nell'Adriatico, e fu accompagnata dalla nascita di altre colonie greche nella sponda orientale di questo mare. Si veda il capitolo "I fondatori della città". Come in tanti altri casi di fondazione (in greco antico ktisis) di colonia, anche per Ancona i Greci scelsero un luogo già da tempo da essi utilizzato ed attrezzato come scalo marittimo (emporion), descritto nel capitolo "Un emporio greco-piceno". Dionisio, con la fondazione di Ankón e di altre colonie adriatiche, pose la rotta verso l'alto Adriatico, descritta nel capitolo "Posizione strategica del porto naturale", sotto il completo controllo siracusano. I greci fondatori di Ancona erano greci siracusani e dunque della stirpe greca dei Dori: infatti Siracusa fu fondata dai Corinzi, e Corinto è una città greca dorica. Dai dori siracusani Ancona prese l'appellativo di "città dorica", che ancora oggi la contraddistingue, epiteto molto usato sia a livello colto, sia a livello popolare. Le origini greche di Ancona sono ricordate nel cartiglio posto sotto lo stemma civico: Ancon Dorica Civitas Fidei. La colonia di Ancona non faceva parte della Magna Grecia, in quanto con questo termine i Greci indicavano esclusivamente la zona grecizzata dell'Italia meridionale (esclusa la Sicilia) e i Romani anche le colonie greche siciliane. Il mitico ecista di Ankón era considerato Diomede stesso, ipostasi di Dionisio I. Un'esposizione (non completa) dei resti archeologici provenienti della necropoli e dalla zona archeologica del porto sono ammirabili nel museo di storia urbana, sito in Piazza del Plebiscito e nel Museo archeologico nazionale (sezione greco-ellenistica). I fondatori della città Il passo citato sopra dello storico Strabone (che scrive tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C.) dice, tra l'altro: «Ancona è […] fondazione dei siracusani che fuggivano la tirannide di Dionisio». Gli storici moderni hanno cercato di capire chi fossero questi esuli siracusani ai quali si deve la fondazione di Ancona, e ciò ha fatto sorgere varie ipotesi. Alcuni sostengono che la fondazione di Ancona sia stata opera dello stesso Dionisio, e che ciò faceva parte del suo piano di controllo delle rotte navali adriatiche; aveva infatti intenzione di approfittarsi della crisi del commercio ateniese in questo mare, seguito alla pace di Antalcida, e di raggiungere i ricchi mercati granari padani senza passare attraverso la mediazione etrusca. Per fare ciò aveva stretto un'alleanza con i Galli stanziati sulle coste dell'alto Adriatico ed aveva fondato una serie di colonie nei punti strategici per la navigazione. Oltre ad Ankón, in Italia Dionisio fondò infatti Adría (attuale Adria), in Dalmazia Issa (attuale Lissa) e in Albania Lissos (attuale Alessio). Dionisio inoltre favorì la fondazione, da parte dei cittadini di Paro, della colonia di Pharos (attuale Cittavecchia), nell'isola di Lesina, ove è ricordata anche l'esistenza di Dimos (l'attuale città di Lesina). La colonia siracusana di Issa a sua volta fondò Tragyrion (attuale Traù), Korkyra Melaina (attuale Curzola) ed Epetion (attuale Stobreč, sobborgo di Spalato). Tragyrion, infine, potenziò l'emporio greco di Salona. L'Adriatico, per alcuni decenni, rimase così sotto completo controllo siracusano. Questa ipotesi, però, non spiega perché Strabone abbia usato l'espressione «che fuggivano la tirannide di Dionisio» (φυγόντων τὴν Διονυσίου τυραννίδα) riferendosi ai fondatori della città e quindi chi la sostiene nega la piena credibilità del passo straboniano. Altri studiosi invece portano alle estreme conseguenze l'espressione di Strabone «che fuggivano la tirannide», deducendo che Ancona sarebbe stata fondata senza alcuna influenza di Dionisio il grande, da uomini che non approvavano la politica del tiranno e per questo motivo avevano lasciato la propria città per fondarne un'altra (Ancona). Questa ipotesi, però, è in contraddizione con la politica di Dionisio, che portò Siracusa a fondare nell'Adriatico le colonie elencate sopra: senza il porto di Ancona, il controllo della rotta volta al controllo delle rotte navali in questo mare non sarebbe stata attuabile. Altri storici, infine, pensano che le due ipotesi non siano in contraddizione: è noto che spesso uno dei motivi della fondazione di una colonia greca è la necessità di liberarsi di uomini indesiderati nella madrepatria, inviandoli a fondare città che poi rimanevano legate economicamente e culturalmente alla metropoli d'origine. Dionisio stesso esiliò a Turii il fratello Leptine e in Epiro l'ammiraglio Filisto, quando essi iniziarono a manifestare dissenso contro la sua politica. Anche i trapianti etnici forzati erano una pratica esistente nell'ambito della colonizzazione greca; si può, tra gli altri, citare il caso di Messina, rifondata dopo la distruzione cartaginese con uomini forzatamente esiliati da Locri. Ancona, secondo questa ipotesi di sintesi, fu fondata per un preciso disegno di Dionisio il grande, che vi inviò un certo numero di dissidenti politici, liberandosi così della loro scomoda presenza nella madrepatria, ma legandoli nello stesso tempo indissolubilmente a sé, dato che la nuova polis avrebbe potuto prosperare solo grazie ai contatti con la metropoli. Nello stesso tempo, il tiranno di Siracusa metteva un altro tassello nella sua politica egemonica delle rotte adriatiche. C'è anche chi prova ad ipotizzare la natura del dissenso politico dei fondatori di Ankón: forse essi erano i fuoriusciti di Siracusa che avevano riparato in varie polis della Magna Grecia e che, dopo la Battaglia dell'Elleporo, furono riconsegnati al tiranno e da questi esiliati nella nuova colonia. Altri ipotizzano invece che la natura del dissenso dei fondatori di Ankón sia da ravvicinare a quella del fratello di Dionisio Leptine e del suo ammiraglio Filisto, esiliati perché non approvavano la politica aggressiva nei confronti delle polis della Magna Grecia. Multietnicità Gli studiosi ritengono che la comunità greca fosse solo una parte della popolazione della città, che conviveva con altre componenti etniche, in un contesto multiculturale che comprendeva anche i Piceni, che già vivevano nel luogo, e i Galli Sènoni, che negli stessi anni della fondazione di Ancona avevano occupato il nord delle attuali Marche. Questa idea deriva dalla documentazione archeologica: l'abitato greco e la sua necropoli (IV - I secolo a.C.) si sovrappongono ai corrispondenti livelli archeologici piceni (IX - IV secolo a.C.); la componente gallica è invece provata dalla presenza nella zona di Ancona di tombe senoniche coeve alla fondazione della città. Nei secoli successivi alla fondazione, caratterizzati dalla romanizzazione dell'Italia centrale, si unirono anche elementi italici e romani. Nella stessa città di Ancona, già nel 178 a.C., i Romani avevano ottenuto l'uso del porto per reprimere la pirateria illirica. La convivenza tra cultura greca e culture autoctone è d'altra parte una caratteristica della colonizzazione greca d'Occidente ed Ancona non faceva eccezione, anzi questa caratteristica era esaltata, a causa della sua posizione isolata rispetto alle altre colonie greche. L'acropoli e il porto La tradizione storiografica localizza la città greca nel cuore della città attuale: sul colle Guasco, con l'acropoli che occupava la cima del colle; il dato trova corrispondenza nel ritrovamento dei resti di un tempio classico sotto il Duomo; sulla natura di questo tempio, greco oppure italico, esiste un dibattito, esposto in un capitolo seguente. A favore della localizzazione sul colle Guasco è anche il rinvenimento di una strada basolata con resti di edifici (nella zona dell'Anfiteatro), il tutto successivo al periodo piceno e precedente l'età imperiale romana; è la più antica testimonianza della fase urbana di Ancona, finora conosciuta solo attraverso i ritrovamenti della necropoli. È riferibile quindi al periodo greco. Esiste un'ipotesi alternativa, che localizza invece l'abitato greco e la sua acropoli sul colle del Montagnolo, come proverebbero testimonianze greche là ritrovate. Al Montagnolo, infatti, gli scavi parziali fino ad ora condotti hanno provato l'esistenza di un abitato che ha restituito numerosi reperti risalenti proprio al IV secolo a.C. e dunque al periodo corrispondente alla fondazione siracusana; anche in questa zona è stato rinvenuto un tratto di strada basolata. In attesa di più approfondite ricerche (l'abitato ritrovato al Montagnolo è stato solo individuato ed è ancora inedito), la maggior parte degli studiosi propende ancora per la localizzazione tradizionale, ossia quella sul colle Guasco. Il porto greco della città corrisponde all'area compresa tra l'attuale molo traianeo e l'attuale Lazzaretto, come concordano gli studiosi moderni, anche se la tradizione storiografica localizzava il porto greco più a nord, nell'area attualmente occupata dai Cantieri navali. I rapporti con i Galli Sènoni e con i Piceni Pochi anni prima della fondazione della colonia di Ankón, le attuali Marche videro l'arrivo dei Sènoni, popolazione gallica proveniente dalla provincia francese dello Champagne, che occuparono tutto il settore settentrionale della regione ed anche alcune zone più a sud. I Piceni, dunque, che prima dell'arrivo dei Sènoni vivevano in tutto il territorio che oggi definiamo marchigiano, si trovarono a convivere con culture diverse, che influirono profondamente sul loro modo di vivere, tanto che gli archeologi parlano di una nuova fase della civiltà picena: la "Piceno IV", l'ultima di questo popolo italico prima della sua romanizzazione. Questa fase della civiltà picena è contraddistinta archeologicamente dalla ceramica alto-adriatica, derivante per le forme dalla ceramica attica, ma con figure tendenti all'astrattismo, che ricordano singolarmente certe forme di arte moderna. Nello stesso tempo, anche l'originaria cultura celtica dei Sènoni, a contatto con Piceni e Greci, subisce un'evoluzione, dissolvendosi in in una koiné celto-greco-italica, dove l'elemento celtico rimase immutato solo per ciò che riguarda l'armamento. Ankón fu quindi un centro in cui la cultura gallica, picena e greca convivevano fianco a fianco, stabilendo rapporti di influenza reciproca e in alcuni casi fondendosi; lo stesso villaggio piceno di Ancona sembra sia stato assorbito dall'insediamento greco. La greca Ancona fu uno dei principali mercati di mercenari gallici, che si recavano in città per procurarsi ingaggi; i rapporti intensi tra Ancona e i Galli è testimoniata dai ritrovamenti nella zona di spade lateniane in ferro con i loro foderi, quasi tutte ritualmente piegate, e di altri oggetti celtici. Dionisio il grande aveva stipulato un patto di allenza con i Galli, e diversi studiosi pensano che fu proprio ad Ancona che egli reclutasse mercenari sènoni, per poi utilizzarli nel corso delle sue azioni militari, in Grecia e in Italia meridionale. Secondo una fonte antica, alla quale la tradizione storiografica non ha mai dato credito, Ancona sarebbe stata fondata dai Galli Sènoni reduci dal sacco di Roma; alla luce dei rapporti di alleanza tra Siracusa e i Galli, però gli studi più moderni danno un'altra interpretazione alla frase: il tiranno Dionisio avrebbe favorito uno stanziamento gallico nell'agro anconitano: è noto che i Galli preferivano dimorare fuori dalle città, dispersi in villaggi. Da altra fonte sappiamo che lo stesso fenomeno si era verificato anche ad Adria. L'epiteto "Ancon Dorica" L'epiteto di "Ancon Dorica" caratterizza da secoli la città e deriva chiaramente dall'origine greco-siracusana di Ancona, come chiarito sopra. L'aggettivo "dorico" è usato comunemente come sinonimo di "anconitano" ed Ancona stessa è indicata come "la città dorica". Conferma del profondo legame tra Ancona e l'aggettivo "dorico" è il cartiglio dello stemma della città, in cui compare il motto latino "Ancon dorica civitas fidei". Già dal XV secolo, la Repubblica di Ancona, cosciente delle origini greche della città, aveva scelto come proprio motto Ancon Dorica civitas fidei e sulle maniche degli scribi comunali era ricamato un gomito, in riferimento all'origine greca del nome Ankón/Ancona. La ricerca storica ha cercato di risalire all'origine dell'espressione "Ancon Dorica", pervenendo alla conclusione che il passo più antico in cui essa è attestata è quello di Giovenale: «Ante domum Veneris, quam dorica sustinet Ancon». Si pensa, però, che la fortuna del passo di Giovenale non può essere il solo motivo dell'affermazione dell'aggettivo "dorica" riferito ad Ancona; l'ipotesi più probabile è dunque che Giovenale stesso riprenda un'usanza già affermatasi nella cultura romana e poi tramandatesi nei secoli successivi, sino agli studiosi dell'Umanesimo, che la registrarono definitivamente. Templi Il tempio di Afrodite Secondo la tradizione storiografica, che è basata sulle citazioni riportate sopra, i dori siracusani eressero ad Ancona un tempio dedicato ad Afrodite, identificato con quello rappresentato nella scena 58 della Colonna Traiana. In particolare, il carme 36 di Catullo, da cui è riportato il brano sopra, ci presenta, quasi come in un inno cletico, i luoghi che fin dall’età arcaica furono sedi del culto di Afrodite, diffusosi lungo le antiche rotte di navigazione dall'oriente verso l'occidente. Sono così citate dal poeta le città di Cnido, in Asia Minore, di Idalio, Golgi ed Amatunte, nell'isola di Cipro, ed infine di Urio, Ancona e Durazzo, sulle coste adriatiche. Ancona rientra dunque tra le città mediterranee più note nell'antichità per il culto di Afrodite. È interessante notare che, nella versione originale del carme di Catullo, il termine Ancona è un accusativo con desinenza greca; in latino, e specialmente in poesia, il nome della città è sentito come un termine greco e ciò ne influenza la declinazione. Il passo di Giovenale, invece, ci informa sulla localizzazione del tempio, dominante sul mare: in questo senso si deve intendere l'espressione «che la dorica Ancona innalza». L'antico edificio, di furono rinvenute le fondazioni sotto al Duomo, aveva una pianta corrispondente a quella del transetto della chiesa attuale. Tali fondazioni sono costituite da blocchi di arenaria sovrapposti; quelle perimetrali compongono un rettangolo di metri 19 X 32, hanno una larghezza di metri 2,50 e sono conservate per un'altezza massima di circa due metri. Parallele ed interne a questo rettangolo, e con pianta a Π (pi greco), sono rimaste tracce della fondazione della cella . Non tutti i blocchi di arenaria delle fondazioni si sono ritrovati; dove essi mancano, sono comunque rimaste le trincee ove erano allocati, cosa che permette di ricostruire tutto il sistema fondante del tempio e di formulare ipotesi ricostruttive del suo aspetto originario. Importante, a tal proposito, è la presenza di trincee di collegamento tra le fondazioni esterne e quelle interne, che permette di risalire al numero delle colonne di ogni lato. Le ipotesi ricostruttive Secondo le ipotesi comunemente accettate, l'edificio sacro era un periptero esastilo con l'ingresso rivolto verso sud-est, ossia verso la città e la strada di accesso all'acropoli. Entrando in un maggior dettaglio, i vari studi convergono su tre interpretazioni: 1) Tempio dorico esastilo periptero del IV secolo a.C. 2) Tempio corinzio esastilo periptero del II secolo a.C. 3) Due fasi costruttive Dea della buona navigazione o dea genitrice Secondo un'antica tradizione, seguita anche da alcuni studi moderni, Afrodite/Venere aveva nel tempio anconitano l'epiclesi (attributo) di "euplea" (o euploia), ossia di "dea della buona navigazione", protettrice dei naviganti. La tradizione è basata sul passo di Catullo che cita il tempio di Ancona in un contesto in cui Venere appare una divinità prettamente marina: il poeta la chiama "divina creatura del ceruleo mare"; inoltre il tempio di Ancona è associato a quello di Cnido, ed Afrodite cnidia aveva l'epiclesi di "euplea". Secondo altri studi, basati sull'analisi del tempio presente nella scena 58 della Colonna Traiana, identificato con quello di Ancona, Venere aveva invece nel nostro caso l'attributo di Venus genetrix, ossia di "Venere genitrice". Infatti nella scena della colonna raffigurante Ancona, è posta, davanti al tempio, la statua della divinità presente nella cella, che presenta la tipologia della Afrodite "Louvre-Napoli", rappresentazione, appunto, di Venere genitrice. Il tempio di Diomede Secondo un'antica tradizione, seguita anche da studiosi moderni, ad Ancona sorgeva in onore di Diomede un tempio, o un heroon, edificio sacro che era dedicato ad ecisti ed eroi che dopo la morte diventavano motivo di unione per la comunità che erigeva il monumento. La tradizione storiografica ha origine dal passo sopra citato dello Pseudo Scilace. Gli storici moderni identificano il tempio con l'edificio raffigurato alla base del colle Guasco nella scena 58 della Colonna Traiana. L'edificio sacro sarebbe sorto sulla riva del mare, nell'estrema propaggine settentrionale del promontorio su cui si trova la città, che poi, a causa dell'erosione marina, diventò lo scoglio di San Clemente, ora parzialmente inglobato nell'interramento dei Cantieri navali. Se si vuole identificare il tempio di Diomede citato dallo Pseudo-Scilace con quello rappresentato nella Colonna Traiana, si deve anche dedurre che il culto dell'eroe greco sarebbe stato ancora vivo in epoca romana. La tradizione antica non è accettata da alcuni studiosi, che esaminando la frase dello Pseudo Scilace notano che in essa si usa il termine ieron, che non sempre significa tempio, ma può indicare anche un generico luogo di culto. Inoltre, tali studiosi ritengono che nella frase dello Pseudo Scilace non sia chiaro se il culto di Diomede sia proprio specificamente di Ancona, oppure, più genericamente, del popolo che abitava la regione. Secondo la tradizione, sulle rovine del tempio di Diomede sorse poi la chiesa paleocristiana di san Clemente, sullo scoglio a cui ha dato il nome. La chiesa resistette alle onde sino alla metà del sec. XVI, e dopo il crollo diede origine alla leggenda della campana sommersa. Mura La tradizione storiografica ha identificato in alcuni tratti di muri antichi in opera quadrata, costituite in blocchi di arenaria, i resti delle mura cittadine della città greca e della sua acropoli; sono tutti situati nel colle Guasco. I filari sono pseudo-isodomi: i blocchi di pietra, giustapposti a secco, hanno dimensioni costanti nell'altezza (60 cm), ma non nella larghezza; i blocchi hanno un trattamento a bugnato e sono collegati da grappe a coda di rondine. Nel corso degli anni si è acceso un dibattito sulla datazione e sull'interpretazione di questi resti archeologici. Secondo alcuni studi, i tratti di mura sarebbero avanzi della cinta urbana del IV secolo a.C., e dunque della prima fase della colonia greca. I primi quattro tratti sarebbero pertinenti alla cinta urbica, gli ultimi due a quella dell'acropoli. Secondo altri studi, invece, i tratti risalirebbero invece all'età ellenistica e dunque alla fase finale della colonia greca, nel periodo della progressiva romanizzazione. Alcuni, infine, interpretano i tratti rimasti come terrazzamenti del colle Guasco; questa ipotesi non smentisce, peraltro, la precedente, in quanto tratti di mura cittadine costruiti su ripidi pendii sono necessariamente anche muri di contenimento. Alcuni autori ipotizzano, con una certa cautela, che l'antica Porta Cipriana, situata tra via Fanti e via Birarelli (vedi la mappa a fianco), possa ricordare nel nome un'antica porta della cinta greca, porta dedicata ad Afrodite, nel suo attiributo di "cipria", oppure nella sua identificazione con la dea Cupra. La strada che vi inizia, infatti, portava al tempio di Afrodite. Ciò consentirebbe di ricostruire con un maggior dettaglio il perimetro delle mura. Teatro Non è conosciuta la localizzazione del teatro greco, ma alcuni autori hanno formulato un'ipotesi: forse le mura in blocchi di arenaria presenti all'interno dell'ambitus dell'Anfiteatro romano sarebbero pertinenti ad un precedente teatro greco. In questo caso, il Colle Guasco sarebbe stato simile ad altre aree sacre antiche in cui si vedeva la compresenza di tempio e di teatro, come nel Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli (II secolo a.C.) o a Delfi (IV secolo a.C.). I Romani, in epoca successiva avrebbero trasformato il teatro in anfiteatro. Esiste un'altra ipotesi sulla localizzazione del teatro: essa suggerisce che l'edificio potesse essere situato nella zona del convento di San Francesco alle Scale, come proverebbe l'andamento semicircolare di via Fanti. La moneta Le monete greche di Ancona sono le prime mai emesse nella città dorica e recano le immagini descritte di seguito. Sul recto è raffigurato il profilo di Afrodite, rivolto verso destra; è coronata di mirto, pianta sacra alla dea, ha i capelli raccolti in un nodo e porta gli orecchini; è presente la sigla "Σ" (sigma o mi, a seconda del verso di lettura). L'identificazione con Afrodite è fornita dai passi già citati di Catullo e di Giovenale, che testimoniano la presenza in città di un tempio dedicato alla dea, descritto nel capitolo "Il tempio di Afrodite". Il bordo è perlato. Sul verso è presente un braccio destro nudo piegato a gomito, con la mano che stringe un ramoscello, forse di mirto, o di palma; sotto il braccio è presente la scritta ΑΓΚΩΝ (Ankon) e sopra ad esso ci sono due stelle ad otto raggi, interpretate come la costellazione dei Gemelli, ossia i Dioscuri, protettori dei naviganti. Nel complesso, il verso della moneta è analogo ad uno stemma parlante, dato che l'immagine del braccio richiama il nome della città e le due stelle dei Dioscuri ricordano la funzione protettiva del promontorio a forma di gomito nei confronti dei flutti marini. Anche il bordo del verso è perlato.Quella di Ancona era la zecca greca più settentrionale dell'Adriatico. La datazione della prima emissione e il periodo di circolazione proposte dai vari autori variano all'interno del III secolo a.C. (dal 290 a.C. al 215 a.C.); tutti concordano nel pensare che l'emissione della moneta greca di Ancona cessò con la romanizzazione della città e l'introduzione massiccia delle monete romane. Le monete di Ankón sono caratterizzate da una notevole variazione di peso, che è stata interpretata come prova di un lungo periodo di emissione. La moneta greca di Ankón è servita di modello per lo stemma della provincia di Ancona, nel quale il mirto e le due stelle sono sostituiti da un ramo di corbezzolo con due frutti, rappresentante il monte Conero. Interessante come testimonianza dei rapporti tra la metropoli Syrakousai e la sua colonia Ankón è la dracma siracusana presente nella collezione numismatica del Museo archeologico nazionale delle Marche, di provenienza anconitana. Fu emessa circa nel 380 a.C., epoca della fondazione di Ancona; essa nel recto reca la scritta ΣΥΡΑ e la testa di Atena con elmo corinzio decorato da corona; nel verso una stella marina (o Sole a otto raggi) tra due delfini. Oltre alla moneta appena descritta, emessa nel periodo di Dionisio I, altra interessante moneta siracusana ritrovata ad Ancona è l'emilitra con testa di Artemide sul recto e sul verso un fulmine e la scritta Ἀγαθοκλῆς (Agathoklēs), emessa nel periodo del tiranno di Siracusa Agatocle, che rivitalizzò la politica adriatica siracusana di Dionisio I. Anche questa moneta si trova al Museo archeologico nazionale delle Marche. Il culto dei Dioscuri La presenza nel verso della moneta della costellazione dei Gemelli, e quindi dei Dioscuri, può essere fonte di informazione sui culti praticati in città: a quello di Afrodite e di Diomede, di cui si è detto sopra e di cui ci informano gli antichi autori, si può aggiungere dunque anche quello dei gemelli figli di Zeus, Kàstor e Polydèukes, divinità benefiche e salvatrici, protettori dei naviganti nelle tempeste marine, sempre uniti nel compiere le loro gesta, che mai agivano senza prima consultarsi. Ognuno di essi, poi, aveva una specificità: Kàstor era domatore di cavalli ed esperto di scherma, Polydèukes valente nel pugilato. Rapporti tra i culti di Afrodite, di Diomede e dei Dioscuri Nei luoghi adriatici frequentati dai Greci, i culti di Afrodite, di Diomede e, in parte, quello dei Dioscuri si sovrappongono, e ciò avviene anche ad Ancona. Come risulta dai capitoli precedenti, infatti, nella città greca di Ancona esistevano due edifici sacri, dedicati a due delle figure più significative della grecità adriatica: la dea Afrodite e l'eroe Diomede, i cui miti sono tra loro intrecciati. Nel quinto libro dell'Iliade, si narra infatti di un momento di scontro violento tra Diomede ed Afrodite, durante il quale l'eroe ferì la dea alla mano. Altre fonti, inoltre, narrano di come Afrodite poi si vendicò dell'offesa subita, inducendo la moglie dell'eroe all'adulterio, che egli scoprì nel momento in cui tornò in patria. È ricordato poi il pentimento dell'eroe per il suo gesto di hybris, durante le peregrinazioni in suolo italiano, e la successiva riconciliazione con la dea. Ottenuto il perdono, Diomede diffuse l'arte della navigazione e l'addomesticamento del cavallo sulle coste adriatiche, dove è ricordato anche come fondatore di città. La compresenza ad Ankón del tempio di Afrodite e di quello di Diomede è testimonianza di questo legame complesso tra la dea e l'eroe. Come già detto nel capitolo "Contatti con la civiltà micenea", Diomede era venerato ad Ancona sin da prima della fondazione siracusana e il suo culto era stato poi rivitalizzato da Dionisio il grande, per fornire una base culturale e religiosa alla sua azione colonizzatrice in Adriatico. Molti storici pensano che la stessa cosa sia avvenuta per il culto di Afrodite, giunto in Adriatico ad opera dei più antichi navigatori greci (cnidi e corinzi) e poi incentivato dopo la colonizzazione siracusana. Una testimonianza del culto di Afrodite ad Ancona prima dell'arrivo dei siracusani sarebbe l'ambra intagliata del V secolo a.C. che raffigura la dea insieme ad Adone, trovata nella zona anconitana e di cui si parla dettagliatamente nel capitolo "Tarda Età Classica - prima Età Ellenistica". Il mito adriatico di Diomede, oltre che intrecciarsi con la figura di Afrodite, è collegato anche con i Dioscuri. Sia i figli di Zeus, sia Diomede sono infatti legati all'addomesticamento del cavallo: i Dioscuri sono spesso raffigurati a fianco dei cavalli bianchi donati loro da Poseidon, Kastor era domatore di cavalli e Diomede aveva l'epiteto di domator-di-cavalli. Il legame tra Afrodite e i Dioscuri, è segnato dalla protezione esercitata nei confronti dei naviganti: Afrodite aveva l'epiclesi di "euplea", ossia "della buona navigazione", e i Dioscuri erano invocati dai Greci durante le tempeste, perché ritenenuti protettori dei marinai in pericolo. La compresenza nella moneta greca di Ancona delle stelle dei Dioscuri e del profilo di Afrodite è indicativa a tal proposito. Bastano le parole di Orazio, però, ad ilustrare nel modo più efficace il ruolo di protettori dei naviganti condiviso da Afrodite e dai divini gemelli: La dea potente di Cipro è Venere/Afrodite, mentre i fratelli di Elena sono i Dioscuri. Storia successiva alla fondazione Dopo il declino della politica adriatica siracusana Alcuni studi antecedenti gli anni novanta del Novecento ipotizzavano una vita breve della colonia greca di Ankón: basandosi sui dati archeologici, allora scarsi, si sosteneva che, con il tramonto della politica siracusana in Adriatico, seguita allo scoppio della guerra civile di Siracusa (357 a.C.), fossero andate in rapido declino anche tutte le colonie siracusane su questo mare, compresa Ankón. Durante il periodo in cui a Siracusa fu al governo Agatocle (317 - 289 a.C.) ci fu una ripresa della politica siracusana in Adriatico, ma fu un fenomeno effimero. Secondo gli studi pubblicati prima degli anni novanta, dopo il IV secolo a.C. tutte le colonie adriatiche avrebbero subìto influssi sempre maggiori da parte dei popoli circostanti, sino a perdere il loro carattere di città greche. Ad Ancona, però, la messe di ritrovamenti archeologici avvenuti a partire dal 1991 ha corretto questa visione, provando che la grecità della città era ancora vivissima nel II e nel I secolo a.C., quando l'influenza romana nel territorio circostante era ormai preponderante nelle attuali Marche. Ancona era allora un'isola linguistica e culturale greca, in cui convivevano anche elementi italici. Questo fenomeno, dall'inizio del III secolo a.C., non è mediato da Siracusa, ma è attribuito alle continue e intense relazioni con le città greche, mantenute vive grazie alle attività di navigazione. Nel periodo ellenistico, le rotte di navigazione anconitane legavano infatti la città, in modo intenso e sistematico, con i principali centri greci del Mediterraneo orientale, come Corfù, Delo, Rodi, Bisanzio ed Alessandria d'Egitto, oltre che della Magna Grecia, come Taranto ed Eraclea; da questi centri si importavano non solo beni di consumo, ma anche oggetti raffinati e preziosi, tipici ellenistici, prodotti peraltro anche da botteghe locali (si veda il capitolo "Gli oggetti di prestigio"), di quantità e qualità tali da far spiccare Ancona nel quadro italiano dell'epoca. La città in questo modo contribuì al processo culturale di ellenizzazione dell'Italia centrale e della stessa Roma. Grazie alle intense relazioni marittime, l'ellenismo di Ankón rispecchiava e riecheggiava, a più di 4.000 chilometri di distanza, la cultura e il raffinato modo di vivere di Alessandria d'Egitto, metropoli tipicamente ellenistica; l'adesione alla cultura alessandrina continuò per due secoli, anche dopo l'assorbimento nella repubblica romana, sino ai primi anni dell'Impero. Rilevante per capire il ruolo di Ancona nel contesto della civiltà ellenistica è la presenza di una comunità di anconitani che viveva e lavorava nell'isola di Delo, allora uno degli empori di maggior importanza. Significativo, in tale contesto, è il fatto che nel I secolo a.C. l'Agorà degli Italiani di Delo fu restaurata anche grazie al contributo di un ankonìtes. Il ruolo di primo piano esercitato da Ankón nei circuiti non solo commerciali, ma anche culturali della grecità del II secolo a.C. è testimoniato da un decreto delfico del 167 a.C., con il quale i Delfi concedono ad un ankonìtes le due cariche onorifiche della proxenìa e della theorodokìa. In quanto pròxenos, l'anconitano oggetto del decreto doveva tutelare i propri concittadini presenti a Delfi ed aveva il diritto di interrogare l'oracolo per essi. In quanto theorodòkos, invece, aveva l'onore di ospitare nella propria città il theòros di Delfi che annunciava le Feste Soterie e i Giochi Pitici, uno dei quattro giochi panellenici, invitando i cittadini anconitani a parteciparvi. Il passaggio tra la civiltà greca e quella romana avvenne quindi in maniera graduale, senza eventi traumatici, con una serie di tappe che, nel corso del II secolo a.C., portarono dapprima ad una situazione di bilinguismo e di cultura mista ellenistico-romana, e poi ad una completa romanizzazione, ma solo in età imperiale. In generale si può quindi dire che, a causa della presenza greca, la romanizzazione di Ancona fu molto più lenta rispetto a quella del resto della regione. Il passo di Giovenale riportato sopra, d'altra parte, in cui Ancona è chiamata "dorica", testimonia che ancora nel I secolo d.C. si aveva coscienza della grecità di Ancona, il cui stesso nome, grammaticalmente, si declinava in alcuni casi come in greco. Durante la romanizzazione del Piceno (III secolo a.C.) Si riassume la posizione di Ancona durante la progressiva romanizzazione del Piceno, attraverso un elenco di tappe fondamentali. 299 a.C.: fu siglato un patto tra Piceni e Romani, premessa per l'alleanza piceno-romana durante la Terza guerra sannitica. Sembra che Ancona non partecipò a questa alleanza, dato che ciò non è citato dagli antichi autori; il fatto segna comunque l'inizio della pesante influenza romana nel Piceno. Nonostante l'assenza di fonti in merito, alcuni studiosi ipotizzano che Ancona sia diventata a partire da questo momento una civitas foederata (città federata), ossia una città libera ed alleata dello stato romano. Le città federate erano legate alla Repubblica Romana da uno specifico trattato di alleanza perpetua (foedus), rimanendo formalmente indipendenti. I cittadini di queste città godevano cionondimeno di certi diritti secondo la legge romana, riguardanti il commercio e il conio di monete proprie. Molte polis greche avevano questo status, riconoscimento della loro lunga storia e tradizione. 295 a.C.: i Romani ottengono la vittoria della Battaglia del Sentino. Come diretta conseguenza della vittoria, l'Ager Gallicus Picenus, ossia il nord delle attuali Marche, viene sottratto ai Galli Senoni dove, attorno al 284 a.C., viene fondata la colonia romana di Sena Gallica (Senigallia): è l'inizio dell'occupazione romana del territorio piceno. Anche in questo caso, come nel precedente, gli antichi autori tacciono su Ancona, che quindi, molto probabilmente, non partecipò alla battaglia, alla fine della quale si trovò, comunque, in mezzo ad una regione in cui l'influenza romana era sempre più determinante. Secondo alcuni autori, sarebbe da questo momento che la greca Ancona avrebbe assunto lo status di civitas foederata (città federata) dei Romani. 269 -268 a.C.: i Piceni hanno ormai compreso che la potenza romana rischiava di schiacciare la loro libertà: Romani e Piceni si scontrano durante la Guerra Picentina, che vede la vittoria romana e la conseguente affermazione di Roma sul Piceno anche a livello territoriale; nel 247 a.C. viene fondata la colonia di Aesis (Jesi) e nel 264 a.C. Firmum Picenum (Fermo). Ancona è sempre più circondata da territori dominati dai Romani; secondo alcuni autori è dalla fine della Guerra Picentina che Ancona avrebbe assunto lo status di civitas foederata (città federata) dei Romani. 232 a.C.: la lex Flaminia de agro gallico et piceno viritim dividundo ("Legge Flaminia sul territorio gallico e piceno da dividersi"), voluta da Gaio Flaminio Nepote, con la quale venivano assegnati lotti di terra da coltivare a coloni romani nel territorio gallico e piceno, per favorire una capillare e concreta presa di possesso di tale area da parte dei Romani. Il territorio di Ancona non è coinvolto, ma è ormai come un'isola di cultura greca circondata da centri romani. 218 - 202 a.C.: durante la Seconda guerra punica, le città del Piceno sostengono i Romani contro i Cartaginesi, inviando numerosi soldati. Anche Ancona, con il probabile status di città alleata dei Romani, invia truppe, durante la Battaglia di Canne. Ciò mostra che le sorti di Roma e quelle delle città del Piceno, compresa Ancona, sono ormai legate indissolubilmente.Una città greca multiculturale in una regione romanizzata (II e I secolo a.C.) Si elencano le tre tappe fondamentali della progressiva romanizzazione della città. 178 a.C.: nel periodo delle Guerre illiriche, e precisamente nel corso della Seconda guerra istriana, i Romani ottennero da Ancona la possibilità di usare il porto come base per il controllo del mare Adriatico, allo scopo di reprimere la pirateria illirica. Un'azione di controllo della pirateria avrebbe giovato molto ai traffici marittimi della città di Ancona, che perciò concesse l'uso del proprio porto. Si installarono così nella città i duumviri Caio Furio, che controllava le coste da Ancona ad Aquileia, e Cornelio Dolabella, che controllava il tratto da Ancona a Taranto. Con la presenza dei duumviri e delle navi romane nel porto, la città greca di Ancona, pur mantenendo formalmente la sua indipendenza, entrò nell'orbita romana, restando però ancora per lunghi decenni di cultura greco-ellenistica, venata in modo sempre più massiccio di elementi romanizzanti. 133 a.C.: deduzione di una colonia romana latina nell'agro anconitano, in seguito alla Lex Sempronia Agraria, ad opera di Tiberio Sempronio Gracco. 90 a.C.: dopo la Guerra sociale Ancona venne eretta a municipio: la romanizzazione è compiuta. Mentre il processo di romanizzazione della città progrediva, nello stesso tempo Roma conosceva la cultura greca grazie alle sempre più intense relazioni con le colonie greche d'occidente, tra cui, dopo la Battaglia del Sentino, si può annoverare Ankón, definita dall'intellettualità romana come Dorica Ancon.Cronologia Testimonianze archeologiche dalla necropoli e da altri siti La necropoli di Ankón del IV - I secolo a.C. si estendeva sulle pendici meridionali del Colle dei Cappuccini e di Monte Cardeto, come provano i numerosi ritrovamenti che, dall'Ottocento in poi, sono avvenuti in zona. Tarda Età Classica - prima Età Ellenistica Le testimonianze archeologiche del IV e del III secolo a.C. provenienti dalla necropoli sono più scarse rispetto a quelle dei secoli successivi. Si segnalano i seguenti reperti. Statuetta in ambra intagliata con Afrodite ed Adone.Conosciuta internazionalmente con il nome di "Ambra Morgan", fu trovata a Falconara ed è ora conservata al Metropolitan Museum di New York. Risalente alla fine del 500 a.C. è ritenuta dagli archeologi la più bella ambra scolpita del Piceno e probabilmente d'Italia ed ornava l'arco di una fibula. Lekythos a figure rosse con Amimone insidiata da Poseidone.Questa lekythos è opera del pittore della phiale ed è datata al 430 a.C. circa. Raffigura la fanciulla Amimone insidiata dal dio del mare Poseidone. È stata ritrovata in una zona imprecisata della città di Ancona e anch'essa è ora conservata al Metropolitan Museum di New York. Media e tarda Età Ellenistica Lungo l'asse stradale di via Matteotti - corso Amendola, fin dall'inizio del Novecento, sono state ritrovate occasionalmente numerose tombe del II e I secolo a.C., contenenti reperti ellenistici. Inoltre, tra il 1991 e il 1998, nel corso dei lavori di ristrutturazione della Caserma Villarey, furono portate alla luce di più di quattrocento tombe della necropoli greca e romana, contenenti ricchi corredi testimonianti le intense relazioni di Ancona con la Magna Grecia e il Mediterraneo orientale. Si può dunque dire che, durante il II e il I secolo a.C., i frequenti contatti con la Grecia rinverdivano continuamente l'origine dorica della città e contribuivano conservarne la grecità, nonostante la romanizzazione che procedeva velocemente in tutta la regione circostante, facendo di Ancona quasi un'enclave culturale, punto di contatto tra cultura greca, picena e gallica. La maggior parte delle tombe è costituita da lastre in arenaria disposte a formare un rettangolo di mura ed un tetto a capanna. A volte le mura perimetrali sono invece in laterizio. È documentata anche l'uso della cremazione, con le ceneri poste in urne cilindriche di piombo; gli oggetti posti accanto ad esse sono analoghi a quelli ritrovati nelle tombe costituite da lastre di arenaria. Una parte della necropoli (sette tombe in tutto) è visitabile presso la Caserma Villarey, dove, al di sotto del parcheggio multipiano, è stata allestita un'area archeologica. Si segnalano i seguenti reperti. Stele funerarie, con scene figurate a rilievo ed iscrizione greca.Le stele, la cui datazione varia dal II al I secolo a.C., sono preziose testimonianze del persistente uso della lingua greca durante la fase di passaggio verso la romanizzazione. Le stele anconitane trovano somiglianze stringenti con quelle delle Isole Cicladi e dell'Isola di Delo, da cui alcuni esemplari provengono. Le iscrizioni ricordano il nome del defunto, o della defunta, (al vocativo), il suo patronimico (al genitivo), e infine l'estremo saluto: chrēste chaire (ΧΡΗΣΤΕ ΧΑΙΡΕ), ossia "O valoroso (buono, amorevole, prode, virtuoso, valoroso), addio!". Sono esposte al Museo nazionale delle Marche, nella sezione greco-ellenistica, tranne una, conservata al Museo della città. Bassorilievo con suonatrice di khitara danzante.Il bassorilievo rappresenta una suonatrice di kithara, strumento a corde diffusissimo nell'antica Grecia, di cui si trovano spesso testimonianze nella mitologia. La suonatrice si muove con passo di danza e indossa un peplo con apoptygma ed himation, elegantemente fluttuanti per l'incedere della danza. Particolare è la chioma, raccolta in una vaporosa coda vista di prospetto, mentre il corpo è di profilo e il viso di tre quarti. La khitara è portata di traverso, stretta sotto il braccio, e la suonatrice usa un plettro a forma di pesce. Secondo alcuni studi, l'iconografia della figura può far supporre che rappresenti una musa. È esposta al Museo nazionale delle Marche, nella Sezione greco-ellenistica. Le sfingi.Agli inizi del Novecento sono state rinvenute due statue di sfingi, mostruosi esseri alati, metà donne e metà fiere, che originariamente erano collocate agli angoli dei recinti funerari, a guardia delle tombe. Oggi sono poste quasi come guardiane all'ingresso della sezione ellenistica del Museo Archeologico Nazionale. Una delle due statue stringe tra le zampe una testa decapitata. In tutta la costa adriatica italiana esistono esemplari simili solo in Veneto. Sono risalenti al II - I secolo a.C. e sono scolpite in calcare del Cònero, cosa che mostra la loro origine locale. Sia gli esemplari anconitani, sia quelli veneti derivano da prototipi orientali e sono dunque testimonianza delle relazioni intense con l'Oriente mediterraneo. Statue di Afrodite.Nell'immediato dopoguerra furono ritrovate, in un pozzo di Piazza del Comune (piazza B. Stracca), tre statue alte circa 50 cm. e rappresentanti Afrodite, risalenti alla fine del II secolo a.C. o all'inizio del secolo successivo. Sono di marmo bianco, mancano della testa e una delle tre è del tipo "Tiepolo". Sono un'ulteriore testimonianza del culto di Afrodite in città. Attività economiche Navigazione Naturalmente, le principali attività economiche della colonia erano legate al porto ed alla navigazione, che erano stati i motivi della sua fondazione. Le rotte più battute dai navigatori anconitani e da coloro che arrivavano nel porto dorico sono note soprattutto per l'età ellenistica, meglio documentata archeologicamente: erano quelle dirette verso i centri del Mediterraneo orientale e della Magna Grecia. In particolare i centri più frequentati erano: Alessandria d'Egitto, Delo, Rodi, Corfù, Bisanzio, Taranto ed Eraclea. Artigianato Le testimonianze archeologiche di età ellenistica (descritte nel capitolo "Media e tarda Età Ellenistica") ci permettono di formulare delle ipotesi su alcune tipologie di artigianato presenti nella colonia: tintura di stoffe di lana, scultura del marmo per la realizzazione di stele, produzione di oggetti di prestigio per l'ornamento del corpo e per il banchetto. Agricoltura e pesca Strabone, nel passo riportato all'inizio del capitolo "La fondazione siracusana", ci informa delle principali colture praticate nel territorio della colonia di Ankón. L'espressione "σφόδρα δ'εὔοινός" (sfódra d'eyoinόs), che è riferita ad Ankón, significa "produttrice di vino buono e abbondante"; in particolare, il termine "eyoinόs" (produttrice di buon vino) è riferito dallo stesso scrittore anche all'isola di Lesbo, terra di produzione dei vini Pramno ed Omphacite, proverbialmente noti per la loro finissima qualità e per le proprietà curative. Similmente, il termine "eyoinόs" è riferito dallo stesso scrittore anche alle terre che si affacciano sul lago di Marea, specchio d'acqua salmastra a sud di Alessandria d'Egitto, dove si produceva il vino Mareotico, molto amato anche da Cleopatra. Il termine "εὐπυροφόρος" (eypyrofόros) significa invece "fertile di grano", fatto particolarmente apprezzato dai Greci della madrepatria, che importavano questo cereale in grandi quantità, data l'insufficiente produzione locale. Si può ipotizzare anche la coltura dell'olivo, per la produzione di olive e di olio per la mensa e per l'illuminazione. L'olivicoltura è deducibile dalle precedenti usanze agricole picene e dalle successive romane, oltre che dalle possibilità offerte dal clima. Sempre in via ipotetica, potrebbe essere stata praticata la pesca, che alcuni studiosi citano tra le attività presenti in base alla testimonianza di Giovenale, che nel passo riportato all'inizio del capitolo "Il tempio di Afrodite" cita la pesca di un rombo di straordinaria mole; la presenza del porto e le precedenti attività picene suffragano l'ipotesi. L'industria della porpora Come testimonia Silio Italico nel brano riportato sopra, ad Ancona era attiva un'industria della porpora che poteva competere con quelle famose di Sidone e della Libia. Come è noto, tale industria era basata sulla difficile lavorazione del murice, e produceva un colorante assai prezioso e ricercato, che era alla base di traffici intensi. La preziosità del rosso porpora era dovuta al fatto che questo colorante era l'unico rosso resistente ai lavaggi ed anche perché, per riuscire a tingere una sola veste, occorrevano migliaia di esemplari di murice: solo in pochi, quindi, potevano esibire in pubblico questo colore. Secondo un'interessante tradizione locale, in occasione della costruzione del palazzo della provincia di Ancona sarebbero state ritrovate ingenti quantità di murici, che danno supporto archeologico alla testimonianza scritta di Silio Italico. L'industria fu attiva in città assai a lungo: nel VII sec. d.C. ancora si parla ancora della lana di Ancona. Ancor oggi il murice si trova con abbondanza nel mare antistante la città (dove è chiamato ragusa), ed è anche intensamente pescato a scopo alimentare. Silio Italico scrive in realtà nel I secolo d.C., epoca in cui Ancona era già da quasi duecento anni una città romana. Alcuni autori, però, pensano che un'industria della porpora di così alta qualità non si sia potuta improvvisare e che possa quindi risalire all'epoca greca. L'ipotesi riduzionista Nei primi anni del XXI secolo, finalmente fu effettuato uno studio complessivo sulla necropoli anconitana del IV-I secolo a.C., che ha prodotto alcune pubblicazioni, fondamentali per conoscere le caratteristiche e le usanze della popolazione dell'epoca. Lo studio permette di ricostruire anche gli intensi contatti di Ancona con l'oriente mediterraneo. L'autore di queste ricerche è stato lodato per la sua ricerca approfondita e dettagliata, ed anche per l'accento posto sulla multiculturalità dell'Ancona greca, descritta nei capitoli "Multietnicità" e "I rapporti con i Galli Sènoni e con i Piceni". Nelle sue conclusioni, lo studioso sostiene che la colonizzazione siracusana di Ancona sia stato un evento effimero e di scarse conseguenze. Egli, infatti, nega la relazione tra le ricche testimonianze greche del II e del I secolo a.C. e la fondazione siracusana del IV secolo a.C. Interpreta invece questi dati archeologici come espressione del desiderio di una classe dominante, essenzialmente di cultura italica, di rivendicare una specificità culturale greca. Lo studioso interpreta tutta una serie di dati archeologici come espressione della volontà degli anconitani di ellenizzare le proprie usanze: l'uso del greco nelle stele funerarie, l'emissione di una moneta con legenda in greco ed infine la presenza nella necropoli di una messe di reperti che testimoniano intensi contatti con il mondo greco, che, a dire dello stesso studioso, non trova confronto in altre città al di fuori della Magna Grecia. Nei suoi testi, lo studioso nota la scarsità di testimonianze archeologiche relative al IV e III secolo ed evidenzia gli influssi romani nei corredi funerari e nelle stele del II e I secolo a.C.; ad esempio, nel bassorilievo di una stele, un uomo indossa una toga, ed alcuni nomi scritti in greco sono etimologicamente italici. Partendo da questi dati, egli parla della grecità di Ancona come di "un caso di tradizione inventata" e descrive l'Ancona del II e I secolo a.C. come una città di cultura fondamentalmente italica, con una componente greca che viene enfatizzata a scopo politico nel periodo in cui la potenza romana si sta affermando nel versante adriatico. La fondazione siracusana viene perciò descritta come un fenomeno "appannato e poco convincente". Questa posizione riduzionista è legata alla necessità, condivisa da tutti gli studiosi, di superare le tante incertezze relative alla fase greca di Ancona, descritte nei capitoli precedenti. Cionondimeno l'ipotesi è stata anche criticata per la sua unilateralità e per la posizione eccessivamente scettica e pessimistica nei confronti della grecità anconitana; inoltre viene rilevata la mancanza di cautela nel trarre conclusioni che smentiscono la tradizione secolare rappresentata in primis da Strabone, Pseudo-Scilace, Catullo e Giovenale. Uno studioso, critica infine l'ipotesi riduzionista ricordando che l'onus probandi incumbit ei qui dicit (è compito di chi accusa portare le prove delle proprie affermazioni), e nota appunto la mancanza di prove positive a sostegno di essa. Chi critica le posizioni dello studioso, spiega la scarsità dei reperti dell IV e III secolo a.C. in modi più semplici: cancellazione delle testimonianze a causa dello sviluppo urbano antico, ricerche archeologiche non sistematiche e legate solo all'occasionalità, localizzazione sul Montagnolo della colonia o anche perché alcuni reperti significativi sono finiti in musei esteri. Già gli studiosi del XX secolo spiegavano la scarsità di testimonianze del IV e della prima parte del III secolo a.C. ipotizzando la perdita della parte della necropoli situata nei pressi della zona della costa alta, a causa di frane. Anche gli influssi romani nei corredi funerari e nelle stele del II e nel I secolo a.C. sono spiegabili in altro modo, ossia pensando alla localizzazione di Ankon, che in quel periodo era circondata completamente da territori romanizzati o in corso di rapida romanizzazione. Inoltre, chi critica l'ipotesi riduzionista ricorda che se nell'Ancona del II e I secolo esisteva davvero una tendenza ad enfatizzare la propria grecità, il fatto può essere spiegato più semplicemente come coscienza delle proprie origini, piuttosto che come esaltazione o invenzione di una tradizione inconsistente. Celebrazione dei 2400 anni dalla fondazione Nel 2013 si sono celebrati i 2400 anni dalla fondazione greca di Ancona con una serie di iniziative, sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica. Il quattro maggio (festa del patrono San Ciriaco) il gruppo di rievocazione storica "Simmachia Ellenon" ha celebrato il rito di fondazione della colonia greca, che iniziava accendendo un fuoco da quello sacro che ardeva perennemente davanti all'altare di Estia, nel pritaneo della madrepatria (in questo caso l'antica Siracusa), conservandolo con ogni cura durante il viaggio indicato dall'oracolo ed infine accendendo con esso il fuoco sacro della nuova città. Dopo l'accensione del fuoco i rievocatori hanno compiuto una danza pirrica e un duello rituale. La rievocazione è stata seguita da un concerto di tutte le corali cittadine, riunite in un gruppo di novanta elementi, e da una festa aperta alla cittadinanza. Anche papa Francesco ha rivolto alla città un augurio e una benedizione particolare per l'importante anniversario. Inoltre, sino alla fine del 2013 si sono tenute conferenze dedicate alla grecità di Ancona e nel giro di due anni sono stati pubblicati gli ultimi studi sull'argomento. Il Comune ha organizzato infine una serie di visite guidate volte a favorire la conoscenza delle testimonianze archeologiche risalenti al periodo greco di Ancona; per l'occasione è stata riaperta la panoramica terrazza del Museo archeologico, da cui si è potuta ammirare la morfologia della costa che è all'origine del nome Ankón; inoltre, finalmente la cittadinanza ha avuto accesso alla zona archeologica del tempio di Afrodite, al di sotto del Duomo, che era chiusa al pubblico da de

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